Yoga: la palestra dell’ipocrisia — Dove ci si assolve per 60 minuti dopo aver calpestato il prossimo per sei giorni

Bella la nostra società, dove il solco tra quello che siamo e come ci comportiamo è largo abbastanza da farci passare un’intera autostrada, con tanto di corsia d’emergenza e barriere antirumore. Siamo maestri nel costruire questo divario. Stamattina, magari, è toccato a te: hai saltato la fila al supermercato con la scusa che avevi solo due pacchetti (e invece erano sette). Al call center ti sei rivolto per un guasto e hai apostrofato l’operatore senza ritegno, fregandotene se fosse un uomo o una donna, comunque una persona che fino a dieci minuti prima neanche sapevi esistesse.

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Lo Zucchero tra Marketing Anni ’80 e Fanatismo Moderno: Perché la Lattuga non ti Salva la Vita in Emergenza

L’altalena degli estremi: quando la scienza diventa religione Esiste un vizio tutto umano, e particolarmente marcato nel mondo della nutrizione, che è quello di muoversi per dogmi assoluti. Negli anni ’80, eravamo immersi in una narrazione quasi celestiale: lo zucchero era l’energia pura, la spinta per il bambino che correva nel prato, il carburante per l’atleta, la “vita” stessa in una zolletta. Era un marketing aggressivo, certo, figlio di un’epoca che non faceva i conti con l’eccesso ma solo con la crescita. Qualcuno dovrebbe chiedersi se all’epoca, ancora freschi dalla guerra che risuonava nella testa dei cinquantenni, quella pubblicità non fosse proprio il volano necessario per tornare a correre.

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Il Diabete non è una Malattia dei Poveri (Ma il Sistema li Condanna a Soffrirne di Più)

 

L’illusione della democrazia biologica

Si fa presto a dire che la malattia è democratica perché colpisce tutti. È una frase fatta, una di quelle verità di superficie che servono a rassicurare chi sta bene. Certamente, il gene del diabete non consulta la dichiarazione dei redditi prima di attivarsi. Ma fermarsi qui è da qualunquisti. Se è vero che Enrico VIII soffriva di gotta nonostante i banchetti reali, oggi quel mondo è ribaltato. La gotta dell’Ottocento era figlia dell’eccesso di lusso; il diabete di tipo 2 del Duemila è figlio della privazione di alternative. È una malattia universale che però si declina in modo diametralmente opposto a seconda del conto in banca.

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Il vuoto di una stanza

Quando il dolore dovrebbe fare silenzio, e invece diventa rumore

Ci sono dolori che non si possono toccare a caldo. Non per paura, ma per pudore. Perché quando una tragedia diventa un’arena pubblica, ogni parola rischia di trasformarsi in un gesto di appropriazione, in un frammento di quel prurito collettivo che trasforma il dramma in spettacolo. E io non volevo essere parte di quel rumore.

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L’acqua che bevi: o sei un detective o uno che vorrebbe solo stare tranquillo!

Facile come bere un bicchiere d’acqua! Facile? Un corno! Un tempo, forse. Ma noi, che ci siamo sofisticati sempre di più, di facile non abbiamo più neanche l’atto di allacciarci le scarpe (infatti abbiamo inventato i mocassini). Bere un bicchiere d’acqua è diventato tutt’altro che facile. Tutto questo perché? Perché viviamo in perenne conflitto fra salutisti ad oltranza, persone pragmatiche e persone che se ne fregano dei residui fissi, dei minerali e degli ioni galleggianti: bevono e basta.

La depressione non è tristezza. E la pillola non è la cura.

In una società in cui per ogni problema esiste una soluzione magica e immediata, poteva mancare la “cura” per la depressione? Assolutamente no. Anzi: ormai siamo così abituati a confondere tristezza e depressione — come fossero sinonimi — che sembra quasi ovvio: basta una pastiglia, e tutto passa. Più facile curare la depressione che un raffreddore! Dopotutto, il raffreddore ha un’incubazione, sintomi chiari, una durata prevedibile. La tristezza? Una pillola… e via. Ma se fosse davvero così semplice, perché nel mondo ci sono 280 milioni di persone con depressione (OMS)?

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