Una cosa urgente da fare, che il più delle volte urgente non è affatto. Un compito gravoso che rimandiamo puntualmente perché, in quell’esatto momento, diamo la precedenza assoluta a una telefonata gradita, a uno snack fuori programma o a una provvidenziale sigaretta per chi fuma.
Un dovere burocratico o lavorativo che ci viene caldeggiato con insistenza, ma che schiviamo con una scusa elaborata ad arte, semplicemente perché sta per iniziare la tanto attesa partita di calcio, o perché preferiamo perderci nel vuoto cosmico dei social network….
ATTENZIONE: Prima di continuare a leggere, segnati questo: non è la procrastinazione che crea la depressione. È la depressione (o lo stress, o la vita del cavolo che facciamo) che ti fa rimandare le cose. Ma ammettere questo non fa vendere psicofarmaci.
Tutte cose normali? Tutte reazioni umane di fronte alla noia o alla fatica? Macché. Ormai abbiamo imparato a nostre spese che dietro a un nostro ancestrale e banale bisogno di tirare il fiato si annida, sotto sotto, un oscuro malessere. Un disturbo che sconfina inevitabilmente in una patologia, quando non è esso stesso la causa genetica e psicologica di tutti i nostri comportamenti “sbagliati”.

E anche questa volta, puntuale come un treno svizzero (o per meglio dire, svedese), eccola servita la nuova malattia del secolo. È stata scovata nei meandri della statistica medica da un gruppo di zelanti ricercatori svedesi che, al contrario di noi comuni mortali che rimandiamo le incombenze noiose, non perdono mai nessuna occasione utile per terrorizzarci. Lo studio in questione è stato pubblicato in pompa magna sulla rivista JAMA Network Open ed è ben custodito negli archivi digitali di PubMed. I suoi autori non lasciano spazio a dubbi o interpretazioni alternative: se rimandiamo sistematicamente gli impegni, non siamo semplicemente svogliati, stanchi o annoiati. Siamo malati. E lo siamo perché, forse senza nemmeno averne il minimo sospetto, siamo depressi.
Strano essere depressi a propria insaputa, vero? Eppure la scienza moderna sembra avere questo straordinario potere divinatorio.
Gli studiosi sono giunti a questa allarmante conclusione arruolando un campione di 3.525 studenti universitari svedesi, ai quali sono stati somministrati dei compiti e dei questionari da eseguire nel tempo. I ricercatori non si sono presi la briga di indagare se quegli studenti fossero, come spesso accade a quell’età, semplicemente su “mille cose affaccendati”. Magari alcuni di loro avevano aderito allo studio scientifico per mera curiosità, o magari avevano banalmente di meglio da fare che compilare moduli nei tempi dettati da un team di accademici. Il solo fatto che non si siano applicati immediatamente e con dedizione marziale è stato un motivo sufficiente per etichettarli clinicamente come depressi, ansiosi, o persino depressi e ansiosi contemporaneamente.
Ma la cosa più curiosa, e metodologicamente acrobatica, è un’altra. Quelli che al momento dell’inizio dello studio non erano ancora stati etichettati come depressi, sono stati seguiti nel tempo. I ricercatori li hanno tallonati per nove mesi come un segugio segue la sua preda, solo per poter constatare, con malcelata soddisfazione statistica, che chi tendeva a procrastinare prima o poi avrebbe sviluppato qualche sintomo. Eccoli lì: futuri depressi, ansiosi, affetti da disturbi dell’addormentamento, vittime di repentine cadute dell’umore. In sintesi, tutti candidati ideali e pronti per affollare gli studi di psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, e ovviamente soggetti perfetti per lunghe e costose cure a base di psicofarmaci.
Analizzando i dati con un minimo di spirito critico, emerge un cortocircuito logico colossale: la confusione tra correlazione e causalità. L’università è per sua natura un ambiente iper-competitivo e stressante. È davvero la procrastinazione a generare la depressione, o è molto più probabile che studenti schiacciati da carichi di studio alienanti e pressioni sociali insostenibili tendano fisiologicamente a rimandare ciò che provoca loro ansia? La scienza, quando si trasforma in un freddo algoritmo che deve per forza trovare il malato, preferisce ignorare il contesto ambientale per concentrarsi sul sintomo isolato.
In un mondo che guarda ossessivamente al paziente sano solo per scovare dentro di lui la prossima sindrome da curare, non ci stupiamo più di niente. L’industria del benessere mentale ha bisogno di un bacino d’utenza infinito, e quale modo migliore di garantirselo se non trasformando un innocuo difetto caratteriale in una grave minaccia per la salute pubblica?
Molto più semplicemente, e con molta più onestà intellettuale, sarebbe infinitamente più utile studiare la natura di quelle cose “improcrastinabili” che la società moderna ci costringe a compiere ogni santo giorno. Mansioni spesso così noiose, ripetitive, burocratiche e ributtanti che il vero miracolo è riuscire a portarle a termine. Al punto che, se non le rimandassimo sistematicamente per ritagliarci uno spazio di pura, sana e inutile libertà, allora sì che avremmo tutti urgentemente bisogno di uno psicologo.
I Dati Clinici dello Studio
- Titolo originale: Associations Between Procrastination and Subsequent Health Outcomes Among University Students in Sweden
- Rivista scientifica: JAMA Network Open (Pubblicato a Gennaio 2023)
- Autori principali: Fred Johansson et al.
- Campione analizzato: 3.525 studenti universitari in Svezia
- Durata dell’osservazione (Follow-up): 9 mesi
- Risultati dichiarati dai ricercatori: La tendenza a procrastinare è stata associata a un successivo peggioramento della salute mentale (livelli di sintomi di depressione, ansia e stress), a dolori disabilitanti (in particolare agli arti superiori) e a comportamenti non sani (scarsa qualità del sonno e inattività fisica).
- Riferimento bibliografico (PMID): 36598789
- Consultazione: Archivio PubMed
❓ Domande Frequenti (FAQ)
D: La procrastinazione è una malattia?
R: No. La procrastinazione è un comportamento umano universale, non una patologia. Alcuni studi recenti tentano di medicalizzarla associandola a depressione o ansia, ma la maggior parte degli psicologi la considera un tratto comportamentale, non un disturbo clinico.
D: Cosa dice lo studio svedese del 2023?
R: Lo studio di Johansson et al. (JAMA Network Open, gennaio 2023) ha seguito 3.525 studenti universitari svedesi per 9 mesi, trovando una correlazione tra procrastinazione e peggioramento della salute mentale. Tuttavia, correlazione non significa causalità: non è chiaro se la procrastinazione causi depressione o viceversa.
D: Procrastinare è sempre negativo?
R: No. La procrastinazione occasionale è un meccanismo di difesa naturale contro lo stress e la noia. In alcuni casi, “rimandare” permette di maturare idee, evitare decisioni affrettate e preservare la salute mentale. Diventa problematica solo quando è cronica e compromette seriamente la vita quotidiana.
D: Come distinguere la pigrizia dalla depressione?
R: La pigrizia è una scelta consapevole di non fare qualcosa. La depressione è una condizione clinica caratterizzata da umore depresso persistente, perdita di interesse, fatica, disturbi del sonno e dell’appetito. Se i sintomi durano più di due settimane e compromettono la funzionalità, è necessario consultare un professionista.
D: Cosa fare se si procrastina troppo?
R: Prima di pensare a una patologia, prova strategie pratiche: suddividi i compiti in micro-obiettivi, elimina le distrazioni (telefono, social), usa la tecnica del Pomodoro (25 minuti di lavoro + 5 di pausa), e accetta che non tutto deve essere perfetto. Se la procrastinazione è paralizzante, consulta uno psicologo.
D: La procrastinazione può essere utile?
R: Sì, in alcuni casi. La “procrastinazione attiva” (rimandare consapevolmente per lasciare maturare le idee) è usata da molti creativi e imprenditori. Steve Jobs era noto per procrastinare decisioni importanti, lasciando che il tempo chiarisse le priorità. Il problema è la procrastinazione compulsiva, non quella strategica.
📚 Fonti Scientifiche e Riferimenti
- Johansson F. et al. (2023): “Associations Between Procrastination and Subsequent Health Outcomes Among University Students in Sweden”. JAMA Network Open, 6(1), e2250928. PMID: 36598789. Studio citato nell’articolo.
- Steel P. (2007): “The nature of procrastination: A meta-analytic and theoretical review of quintessential self-regulatory failure”. Psychological Bulletin, 133(1), 65-94. Meta-analisi fondamentale sulla procrastinazione.
- Sirois F. & Pychyl T. (2013): “Procrastination and the Priority of Short-Term Mood Regulation: Consequences for Future Self”. Social and Personality Psychology Compass, 7(2), 115-127. Studio sulla regolazione emotiva nella procrastinazione.
- Chu A.H.C. & Choi J.N. (2005): “Rethinking procrastination: Positive effects of ‘active’ procrastination behavior on attitudes and performance”. The Journal of Social Psychology, 145(3), 245-264. Studio sulla procrastinazione “attiva” e i suoi potenziali benefici.
- PubMed / National Library of Medicine: Archivio digitale degli studi biomedici. Consultabile su pubmed.ncbi.nlm.nih.gov.
️ Nota Informativa
Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente scopo divulgativo e informativo. Non intendono e non devono in alcun modo sostituire il parere, la diagnosi o la prescrizione di un medico, psicologo o psichiatra. La procrastinazione occasionale è un comportamento umano normale, ma se diventa cronica e compromette la qualità della vita, è consigliabile consultare un professionista della salute mentale. L’autore e l’editore non si assumono alcuna responsabilità per decisioni prese sulla base delle informazioni qui fornite.
V I S I T E
<!- END ADVERTISER: from tradedoubler.com –>