Dolore e genere: la scienza sbaglia? I dati della farmacia

Ed ecco servito in tavola il solito luogo comune di cui non si può far senza. Il guaio è che questi cliché non arrivano dalle chiacchiere da bar, dalle conversazioni condominiali o dal pianerottolo di casa; tutt’altro, ce lo dice la scienza. O almeno, così ci viene raccontato.

E cosa sostiene stavolta la letteratura scientifica? La tesi, a tratti surreale, è che il dolore della donna sarebbe “silente”, mentre quello dell’uomo rigorosamente “urlato”. La chicca è apparsa nero su bianco sull’European Journal of Pain, e chi l’ha firmata evidentemente crede davvero a ciò che scrive. Ridurre la complessità del dolore fisico e psichico alla stregua della tonalità del “ding dong” di un campanello di casa è semplicemente ridicolo.

Oltre gli stereotipi: quando l’intensità cancella i generi

Come si può seriamente sostenere che una donna riesca a mascherare stoicamente il dolore rispetto a un uomo che, al contrario, lo amplificherebbe a ogni spiffero? Questo approccio ignora colpevolmente un principio basilare della medicina: il dolore, di qualsivoglia natura ed eziologia, è strettamente dipendente dall’intensità dello stimolo e dalla soglia soggettiva, non certo da un passaporto biologico di genere.

Prendiamo eventi clinici acuti e drammatici: una colica renale, una colica biliare o una severa colica addominale scatenano urla, sudorazione fredda e sofferenza inaudita in entrambi i sessi. Davanti a quadri clinici di questa portata, le diverse manifestazioni dei pazienti non dipendono dal carattere peculiare dell’uno o dell’altro, ma unicamente dalla violenza dell’insulto organico. A differenziare le reazioni non è il sesso del paziente, ma la sua soglia individuale e il proprio temperamento. Entro una certa soglia.  A differenziare le reazioni non è il sesso del paziente, ma la sua soglia individuale e il proprio temperamento.

Sia chiaro, per onestà intellettuale: la scienza rigorosa ha ampiamente documentato che esistono differenze reali nella gestione del dolore cronico. Le donne, ad esempio, risultano statisticamente più colpite da patologie a forte impatto doloroso come la fibromialgia o l’emicrania, e la modulazione ormonale influenza effettivamente la risposta algica. A questo si aggiunge il peso degli stereotipi culturali, che spesso spingono l’uomo a minimizzare il sintomo pur di non apparire ‘debole’.

Tuttavia, quando il dolore acuto supera il livello di guardia, queste sfumature si dissolvono. Le grida parlano un’unica lingua universale, che azzera qualsiasi distinzione di genere.”

Mimica di facciata o realtà clinica?

Ma la ricerca non si ferma qui, riesce ad andare persino oltre. Gli scienziati di turno ci spiegano che la donna, in preda a una patologia dolorosa, metterebbe in atto una sorta di mimica tipicamente femminile capace di far trasparire dall’esterno una malcelata tranquillità, nonostante il tormento interiore. L’uomo, invece, di fronte al minimo fastidio – che sia un foruncolo o un capello fuori posto – attiverebbe la sirena d’allarme.

Una narrazione che sa tanto di macchietta sociologica che poco ha a che spartire con la clinica quotidiana. Ma facciamo un piccolo sforzo di realtà e andiamo a guardare i dati epidemiologici reali, quelli che fotografano il consumo quotidiano di farmaci in Italia e nel resto d’Europa.

I numeri parlano chiaro: chi consuma più analgesici?

Se le donne fossero maestre di autocontrollo e in grado di dissimulare il dolore con tanta nonchalance, come si spiegano i flussi di mercato e i dati ufficiali sulla spesa e sui consumi farmaceutici? Sarà forse merito dei fiumi di FANS e antalgici che la donna assume in misura nettamente superiore rispetto all’uomo?

Guardando le statistiche territoriali in Italia, ci troviamo di fronte a una sproporzione netta: le donne rappresentano circa il 60%-65% dei consumatori complessivi di analgesici e farmaci antinfiammatori non steroidei, contro un 35%-40% registrato dagli uomini. Un divario strutturale che rispecchia in modo speculare il trend dell’intera Unione Europea.

A questo punto le strade interpretative sono due. O dobbiamo credere che le donne, pur ostentando quella “tranquillità silenziosa” decantata dai luminari della ricerca, si svuotino la farmacia in casa a suon di ibuprofene e paracetamolo di nascosto; oppure la realtà è molto più semplice e terrena. Ovvero che la donna – se escludiamo la fisiologica parentesi della dismenorrea durante il ciclo mestruale – sperimenta forme di dolore e patologie croniche con un impatto dirompente, non mistifica assolutamente nulla, soffre esattamente come l’uomo e cerca un sollievo farmacologico concreto perché il dolore, semplicemente, fa male e va curato.

Conclusioni: la scienza e i suoi “effetti collaterali”

Non è facile districarsi in queste analisi, soprattutto quando di mezzo c’è la scienza. O meglio, quella determinata produzione scientifica che, tra le tante cose utili e rivoluzionarie che la ricerca medica ci offre ogni giorno, a volte si diverte ad ammannirci studi autoreferenziali, fini a se stessi, o forse sostenuti da chissà quali logiche di finanziamento e sponsorizzazione accademica.

Di fronte a queste conclusioni da salotto buono, viene da chiedersi se non sarebbe più opportuno unire il rigore metodologico a un po’ di sano buon senso clinico. Il dolore non ha genere, non ha etichetta e non ha bisogno di caricature sociologiche: ha solo bisogno di essere compreso, affrontato con serietà e, quando possibile, tolto di mezzo.

❓ Domande Frequenti (FAQ)

D: È vero che le donne sopportano meglio il dolore degli uomini?
R: No, è un luogo comune. La ricerca scientifica mostra che le donne riportano statisticamente più dolore cronico (fibromialgia, emicrania) e consumano più analgesici. Gli uomini tendono a minimizzare per stereotipi culturali, non per maggiore resistenza.

D: Esistono differenze biologiche reali nella percezione del dolore tra i sessi?
R: Sì. Gli ormoni sessuali (estrogeni e testosterone) modulano diversamente la risposta al dolore. Le donne hanno statisticamente più patologie dolorose croniche. Ma sul dolore acuto severo (coliche, traumi), queste differenze si annullano.

D: Perché le donne consumano più farmaci per il dolore?
R: I dati AIFA e OMS mostrano che le donne rappresentano il 60-65% dei consumatori di analgesici in Italia. Questo riflette una maggiore prevalenza di patologie dolorose croniche, non una minore “soglia di sopportazione”.

D: La cultura influenza come esprimiamo il dolore?
R: Assolutamente sì. Gli stereotipi di genere (“gli uomini non piangono”, “le donne sono più resilienti”) condizionano l’espressione del dolore. Ma questo è un fenomeno sociale, non biologico.

D: Cosa dice la scienza sul dolore e il genere?
R: La scienza seria riconosce differenze statistiche (più dolore cronico nelle donne, modulazione ormonale), ma rifiuta stereotipi come “le donne sono silenziose, gli uomini urlano”. Il dolore severo non ha genere.

📚 Fonti Scientifiche e Riferimenti

  • European Journal of Pain: Studi sulle differenze di genere nell’espressione e percezione del dolore (diverse pubblicazioni, 2018-2024).
  • AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco): Rapporti annuali sull’uso dei farmaci in Italia. Dati sul consumo di analgesici per genere.
  • OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità): “Gender and pain: a systematic review”. Dati epidemiologici sul consumo di FANS per sesso.
  • Fillingim R.B. et al. (2009): “Sex, gender, and pain: a review of recent clinical and experimental findings”. Journal of Pain, 10(5), 447-485. Review fondamentale sulle differenze di genere nel dolore.
  • Mogil J.S. (2020): “Qualitative sex differences in pain processing: emerging evidence of a biased literature”. Nature Reviews Neuroscience, 21(7), 353-365.

️ Nota Informativa

Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente scopo divulgativo e informativo. Non intendono e non devono in alcun modo sostituire il parere, la diagnosi o la prescrizione di un medico. Il dolore è un sintomo complesso che richiede sempre una valutazione clinica personalizzata. In caso di dolore persistente o severo, consultare il proprio medico curante o uno specialista del dolore. L’autore e l’editore non si assumono alcuna responsabilità per decisioni prese sulla base delle informazioni qui fornite.

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